Escursione al Fitz Roy detto anche Chaltèn, la montagna che fuma (2a parte).

Racconti di viaggio.

Silenzio assoluto.

I nostri passi avanzavano increduli, quasi in punta di piedi per non disturbare troppo quel silenzio assoluto. Segnavamo il tempo ed i giorni immersi in un’incredibile atmosfera.

In ogni opera di genio ritroviamo i pensieri che abbiamo scartato. Salendo lungo quelle placche rifuggenti che non finivano mai. Sentivamo quei pensieri ormai smarriti trasformarsi giorno dopo giorno in una superba linea di eleganza.

Come delle piccolissime pulci sperdute in quell’immane mare di granito arrampicavamo tutto il giorno tra le pieghe di quella grande montagna. Poi tornare la sera a riposare sdraiati sul comodo terrazzo nel mezzo della parete a picco sul vuoto. Su quella breve linea sospesa a quasi 600 metri dal ghiacciaio, sotto una luna che diventava sempre più grande.

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E quando ormai nella notte, richiudevamo stanchi la cerniera del sacco a pelo contro i nostri nasi,. Dopo che negli occhi si era impressionata la magia colorata del crepuscolo. La piramide del Chaltèn proiettava la sua lunga ombra lontano sugli altopiani ormai spenti della Patagonia, ci sentivamo veramente addosso il raro privilegio della sorte, mentre una miriade di pensieri si confondevano sospesi tra le mille luci della profonda ed oscura volta stellata.

Ripartire al mattino.

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Al mattino, con le mani gonfie e le dita consumate dal granito, era sempre un brivido ripartire dal nostro bivacco risalendo lungo la prima fascia strapiombante. Poi, di nuovo riabituati i polpastrelli alla roccia. La verticalità continuava a sorprenderci con un’arrampicata particolare ed in una dimensione di continua scoperta. Solo di fianco, la sagoma caratteristica del pilastro Casarotto fungeva da nostro metro di riferimento. Ci pareva di non arrivare mai all’altezza della sommità del gran diedro che lo stacca dalla mole del Chaltèn, rendendolo quasi un’unità a sé.

Ogni angolo, ogni anfratto, terrazzo, placca, diedro, camino o fessura, ogni piega, ogni metro di quella grande parete svelava una realtà separata. Un mondo a sé, quasi irreale da come lo immaginavamo osservandola dal basso.

Tutte le storie che finiscono bene.

Poi, come tutte le storie che finiscono bene, dopo sei bivacchi in parete, dei quali uno gelido poco sotto la “cumbre” . Sette giorni passati nel sogno. Ci siamo risvegliati d’un tratto ad un soffio dal cielo a guardare tutta la Patagonia dall’alto. Affacciati sul fascino di nuovi orizzonti dall’infinito belvedere del Chaltèn. Unico rammarico, però, rimane quella pietra cadente che mi colpirà la mano il mattino dopo essere scesi a bivaccare di nuovo a metà parete. Mentre risalivamo a recuperare le ultime corde che non eravamo riusciti a togliere la sera precedente scendendo dalla cima. Pareva tutto di un tratto che persino il tempo si fosse capovolto.

Poi, durante le calate verso il ghiacciaio con la mano destra bloccata, uno strano tarlo mi rodeva un po’ dentro nel vedere la roccia finalmente asciutta e pulita dalla neve e dal ghiaccio dopo otto giorni di bel tempo.

Problemi.

Durante tutta l’ascensione avevamo trovato condizioni piuttosto complicate.

Dapprima per la presenza di molta neve sulla parte bassa e poi, durante i primi quattro giorni di salita lungo la parete superiore. Ci siamo ritrovati alle prese con fessure e diedri intasati di ghiaccio. Con cadute di pulizia della neve accumulata durante il precedente lungo periodo di maltempo.

Ora, con il granito in quello stato e la conoscenza dei passaggi. Sarebbe stato puro divertimento, dopo un breve recupero, provare a rifare la salita in arrampicata libera Ma purtroppo quella seppure piccola riserva di malasorte ci ha voluto ancora una volta mettere lo zampino ricacciandomi a casa con un ricordino non proprio gradito.

di Elio Orllandi

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